Luciana Gallo

Dicono di lei…

PAOLO MANAZZA

La danza. Il disegno. La luce. La forma. Le passioni di Luciana Gallo si intrecciano nella sua vita da sempre. Fanno tutt’uno persino con il suo “phisique du role”. Una donna bella, giovanile, con il fisico slanciato, i capelli fini e una luce che lateralmente attraversa gli occhi neri. La incontro per questa chiacchierata negli uffici milanesi del marito. E’ leggermente intimorita, un po’ emozionata. Non ama parlare della sua pittura. “Sono i quadri che, spero, parlano di me” dichiara all’istante sedendosi di fronte e guardandomi di sottecchi. Li ho ancora negli occhi, i suoi quadri, alcuni in particolare che ho amato subito. Quelli con i segni improvvisi e fluenti affogati nel bianco. O le bolle rosse come palloncini impazziti che sembrano galleggiare nel cielo grigissimo di Milano. La pittura ha una sua propria voce. Ha ragione lei. Chi la ama veramente se ne infischia delle belle parole. Adagiare lo sguardo sui bianchi infiniti o sul fremito di quelle pennellate scure moltiplica l’udito. Supera le frasi. Ma non importa. Voglio indagare. E decido di partire da lontano, per metterla a suo agio.

P:M. “Credi che esista un rapporto tra danza e pittura?”.

Mi guarda stupita, incredula, poi si rilassa e sorride.

L.G. “Credo siano due mondi differenti che però possono incrociarsi. E’ una questione di energia. Magari potessi riuscire sino in fondo ad esprimere sulle tele la fisicità della danza”.

P.M. “Quando hai iniziato a dipingere?”

L.G. “Avevo 8 o 9 anni. Mandavo i miei genitori a comprare tele, pennelli e colori. Dipingevo e poi regalavo a chiunque i lavori”.

P.M. “Cosa sentivi?”

L.G. “Difficile spiegare. Direi come ti ho detto, energia”

P.M. “Come nella danza…”

L.G. “In effetti quando riesco a liberare la gestualità pittorica allora danzo. Devo riuscire a contenere la trama pensata del balletto sulla tela. In pittura sono sia il coreografo che la ballerina. Ma mentre in teatro hai sempre l’applauso, quando dipingi è tutta una questione interna. L’applauso se arriva emerge dentro. Ma non è mai garantito”.

P.M. “In che senso? Spiegati meglio”

L.G. “Quando dipingo l’emotività interferisce, si sovrappone sempre al vissuto che è un continuum. E’ come se la linea dello spazio elaborato intellettualmente debba intrecciarsi con le emozioni. L’energia primordiale e la parte pensante”

P.M. “Come sei arrivata a queste considerazioni?”

L.G. “Nel corso del tempo la mia pittura è cambiata moltissimo. E io con lei. Non ho mai dipinto molto quando danzavo. Ma il dipingere ha senza dubbio aperto nuove fasi e periodi nella mia vita. Oggi mi sento più raffinata, sia nel lavoro pittorico che mentalmente. Credo di aver affinato molto il lavoro e con esso ho elaborato tantissimo il mio vissuto nell’arte”.

P.M. “Se ti chiedo di pensare a un autore o a un quadro -di altri- chi ti viene in mente subito?”

L.G. “Burri. Alberto Burri mi lascia senza fiato. La mia pittura è però sostanzialmente più legata alla vita e al mio sentire che alla storia dell’arte. Forse perché da sempre sono una persona molto fisica. Persino nei dettagli della mia vita quotidiana”

P.M. “Continua”

L.G. “ Sì…anche Paul Klee mi colpisce sempre. Ma, ripeto, non riesco a tradurre il senso della parola ‘influenze’. I miei quadri sono lo specchio del vissuto intimo e personale. Particelle della mia sensibilità trasformate in icone”

P.M. “Cosa cerchi?”

L.G. “Forse sto cercando la sella e le redini per contenere il caos del sensibile. Forse voglio portare la mia sensibilità dal galoppo al trotto. Per poi saltare gli ostacoli”.

P.M. “Parlami dei colori”

L.G. “Il primo che incontro sempre è il rosso. Mentre il rosa è un rosso contenuto. Direi schiaffeggiato. Ora sto lavorando bianco su bianco e anche con colori che si contengono a vicenda come rosso/nero/blu scuro. Ma credo che al senso del colore appartenga pure l’essenzialità delle campiture”.

P.M. “In che senso?”

L.G. “Il rapporto cromatico nel colore tra sentimento e attimo deve essere spazializzato sulla tela. Si tratta di svolgere una ricerca di equilibrio tra il colore e lo spazio. Un po’ come scrivere musicalmente uno spartito a due voci”.

P.M. “Che rapporto c’è tra musica e la tua pittura?”

L.G. “Mi viene subito in mente un film: ‘Lezione di piano’. Con quei blu oceanici e tempestosi del finale. In questo momento la mia pittura è un mix tra un soft-melodico con dei break improvvisi di hard-rock. In un recente lavoro ho dipinto molto attentamente una lunga trama razionale sulla quale alla fine ho gettato delle secchiate di rosso creando vere e proprie dissonanze”

P.M. “Quando dipingi meglio, in genere?”

L.G. “Certamente quando sto bene e sono felice. La storia dell’artista addolorato per me è una vera scemenza. Quando sto male sono paralizzata. E se ho un dolore prima di dipingere devo sempre elaborarlo. La vera e fondante relazione per quanto mi riguarda è tra la pittura e la gioia”

Vorrei finire qui. Anzi finisco qui. Difficile spiegare per chi non ha mai dipinto il senso di questo colloquio con Luciana Gallo. Impossibile tradurre in parole anche i suoi silenzi, le pause, le smorfie, i sorrisi. Un dialogo è un po’ come la trama di un quadro. Si crea per sovrapposizioni, per accostamenti, virate improvvise, ricongiungimenti del senso. La pittura è un’alchimia. E certamente Luciana custodisce -nel suo interno- questa semplice impronunciabile verità. In fondo sin dall’inizio aveva ragione lei: “sono i quadri che parlano di me”. Noi, con questo breve scritto, abbiamo scherzato. Ci siamo divertiti. Nulla si può dire della luce. Se non vederla.

PAOLO LEVI

Una delle caratteristiche fondamentali delle costruzioni concettuali di Luciana Gallo è la libertà gestuale, la presenza dei segni e delle tacche raggrumate di colore che parlano di una lunga esplorazione, per approdare a una sintesi pittorica dove disegno e cromia costituiscono un’unità espressiva e potente, manifestandosi nelle diverse modalità con cui l’artista si muove negli ambiti della sua ricerca. La sua gestualità sembra avvicinarsi all’automatismo proposto dai surrealisti, pur  mantenendo un fermo controllo formale. La composizione viene in ogni caso organizzata, sia attraverso i segni e le grafie che si manifestano nelle opere percorse da tracce sfuggenti, come nel caso di In parallelo, Come coriandoli (2006), sia in quelle in cui le tracce rimangono alla scoperta di un viso, come è il caso della serie dei Gesù, dove il Volto viene esplorato con fortissimo vigore, e sottoposto all’applicazione di ricorsi digitali per definirne le variabili cromatiche. Quando poi la pittrice si esercita sul tema del nudo, l’anatomia umana è analizzata con una volontà quasi scultorea; ma sia nei precisi studi del frammento, sia nella totalità della figura, sempre si ritrova la presenza e l’agilità di grafismi squisitamente descrittivi e sottilmente ideogrammatici, che si presentano come i più importanti elementi strutturali della composizione. Nei lavori che riportano figure femminili degli anni 2000, l’evidente disposizione a sciogliersi delle forme e delle linee, le posture e la contorsione dei corpi, la forte espressività contenuta e avvolta in grovigli lineari, possono anche in parte ricordare la pittura di un Francis Bacon, con i suoi personaggi trasfigurati dal dolore e dalla solitudine, costretti in uno spazio ridotto, ma carichi di dinamismo e di intensa attività emotiva malgrado la loro immobilità.

La fantasia e l’approfondita ricerca su diversi materiali misti, che appartiene alle opere successive al 2000, fanno pensare a un lungo processo che si è sviluppato attraverso lo studio dei singoli frammenti anatomici e della figura intera umana o, come accade in lavori quali Le tre zitelle o Tra sé e gli altri (2005), di visioni minuziose che si trasformano in immagini verosimilmente floreali. Una trasformazione ottenuta con un procedimento nel quale aumenta la carica metaforica, per cui la combinazione della pittura e del rilievo materico diventa narrazione di eventi naturali, di forme tattili che, pur specificando la forma pura di un microcosmo intimo e quindi astratto, ridefiniscono l’apparenza di un oggetto concreto e quotidiano, anche se sommerso in uno spazio vuoto e indefinibile, come in Silenziosa nella notte o La infinita bellezza (2005). Ma ovunque è evidente, e da sottolineare, l’emozione e la perspicacia intellettuale su cui tutto il lavoro di Luciana Gallo si organizza e si espande lungo ogni nuova ricerca.

Se una delle peculiarità stilistiche di Luciana Gallo risiede nella scelta dei materiali con cui lavora, va detto che essa è ben lontana dall’ambito convenzionale della pittura. Spesso addirittura si ha la sensazione di un rapporto dialettico fra le modalità operative dei processi di ricerca, e i risultati visivi e contenutistici di ogni singolo lavoro, che appare così diversificato anche in funzione delle tecniche messe in atto per produrlo. Ma forse è proprio il carattere corporeo della materia con cui la pittrice lavora su certe sue pagine, quelle appunto dove appaiono immagini floreali simili a gioielli preziosi, che si riconnettono a un’origine vagamente organica, ristabilendo quindi un dialogo non convenzionale con la natura. Si può dire quindi, che all’idea comune di fiore, alla sua raffigurazione tradizionale in un vaso, o riportato nelle vaghezze luminose dei pittori impressionisti, l’artista sostituisce l’idea di un’incognita, di un’origine misteriosa, del tutto concettuale, sottraendosi a qualunque riferimento biologico, ma mantenendo intatta la sua essenza di oggetto estetico. Allo stesso modo le inquietanti grafie degli anni 2000 o le strutture di materia screpolata, sospese su uno sfondo oscuro e infinito, sono riferibili alle concomitanze, alle corrispondenze simboliche fra la natura e la percezione intellettuale di chi vi si immerge, di chi è istintualmente capace di scoprirne il messaggio segreto, per reinserirlo in un argomento poetico o pittorico, come esemplarmente avviene in Il bosco della pace, del 2005.

Le opere in cui la figurazione e la non forma si uniscono inscindibilmente indicano le tappe di un percorso evolutivo intensamente mirato al raggiungimento di una purezza e di una sintesi espressiva senza compromissioni decorativistiche. È una ricerca che prosegue sin dall’epoca dei nudi femminili, e che sembra compiersi nelle opere più recenti, dove materia e impasto diventano protagonisti. Così avviene in opere come quelle che appartengono alla serie L’ansia del silenzio, dove l’immagine astrattamente lirica, perdendo forma e sostanza, si riduce a semplice essenza, raggiungendo la sintesi e l’assolutezza di un versificazione ermetica; così in Rosso fuoco (2008) dove l’intingolo cromatico si fonde in un paesaggio inafferrabile, nella visione di una realtà metafisica che si è rivelata attraverso l’espressività del gesto, ormai del tutto libero da necessità descrittive.

A questo punto, è interessante chiedersi fino a che punto sia importante nell’opera di Luciana Gallo la differenza fra figurazione ed astrattismo. Spesso i suoi lavori appaiono come composizioni astratte, e non manca mai una ragione o un elemento perché le si possa considerare tali. In verità la sua operatività artistica unisce e separa due realtà, la rappresentazione di uno spazio assoluto e quella degli accadimenti nel vuoto metafisico, con un possibile riferimento al concetto che sta alla base dei grafismi orientali, e all’importanza del gesto, in quanto atto creativo che circoscrive il vuoto e riordina il caos. Inoltre l’idea di rappresentare un oggetto principalmente attraverso la sua testura, la sua pelle, le sue condizioni di trasparenza o brillantezza, fa sì che la materia utilizzata sia nel contempo materia rappresentata. Il quadro sembra perdere talvolta la sua condizione illusoria avvicinandosi a una realtà autonoma, senza per altro sfuggire alla costruzione simbolica e rimanendo nei margini della rappresentazione. Opere come quelle che costituiscono la serie di Frammenti…pezzi di sé, del 2000 o Frammenti, del 2008, appaiono più vicine al mondo degli oggetti o, per meglio dire, i loro frammenti combinano opere di carattere geometrico, che però si sottraggono alle logiche euclidee, poiché in esse prevale l’aspetto biomorfico, che è pure campo sperimentale per l’esplorazione della materia nelle sue diverse densità.

Nonostante le indagini sulla materia non s’identifichino con un solo sopporto tecnico o con un metodo determinato di alterarla, è evidente che nelle sue ultime opere Luciana Gallo mostra un chiaro interesse per il rilievo. Interesse che proviene da una graduale e quasi naturale esperienza, maturata con le opere che presentano frammenti, pezzi di materiali diversi, all’apparenza esplosi sulla superficie del quadro, impregnando lo spazio di una potente drammaticità che fa appello alla natura oggettuale della rappresentazione, esercitando sulla forma una sorta di pressione, attraverso la quale sgorga il significato interiore della realtà concreta della materia. Lavorare nella pittura con incisioni in profondità, produce inevitabilmente una fusione tra la superficie pittorica e lo spazio tridimensionale, inducendo lo sguardo a percorrere le superfici sull’onda di un’oscillazione, favorita anche dall’organizzazione del colore su aree separate. In questo modo si stabilisce un diverso rapporto fra spazio e superficie, che permette di intravedere il passaggio dalla superficie piana al rilievo e dal rilievo al rilievo-scultura, come un percorso naturale del processo creativo.

Il procedimento e la ricerca, e le opere stesse di Luciana Gallo riportano alla mente i lavori del pittore catalano Antonio Tàpies, con le loro superfici testurate, trattate sia coi gesti della mano sia con strumenti casuali, elementi iconografici, segni, e procedimenti su superfici atipiche, su cui vengono mescolati diversi tipi di pigmenti e materia solida. In questo contesto le opere di Luciana Gallo si esprimono in un tono pacifico e sovversivo al tempo stesso, mostrando un’attitudine decisa nei confronto dell’arte contemporanea, ripensandola radicalmente nei suoi elementi costitutivi, senza per altro rinunciare alla pittura come esperienza sensuale ed emotiva. In altre parole, in tutta la ricerca di questa artista, l’importanza determinata dalla condizione autonomamente plastica assunta dalle superfici incise, graffiate o colorate, conduce l’osservatore a riflettere sui rapporti che intercorrono fra la pittura e la sua percezione, mettendo in gioco anche la dimensione tattile. Tuttavia opere come The soft red of life, che è recentissima, sembrano presentare un trattamento completamente diverso della materia e alludere forse a una nuova configurazione della pagina pittorica, su cui si dovrà riflettere in futuro.

SIMONETTA PANCIERA

L’incontro con l’arte di Luciana Gallo avviene nell’accogliente studio nel cuore della vecchia Milano, sui Navigli. E’ questo il “nido” dell’artista, nel quale Luciana trova il tempo per raccogliersi e dedicarsi alla pittura con passione. La vocazione per l’arte in Luciana inizia con la danza; in un primo tempo lo studio della danza classica alla scuola del teatro alla Scala e, successivamente, l’impegno artistico, il disegno e la pittura.
Ci sono numerosi modi più o meno eloquenti, per esprimere con vigore un’emozione; l’arte e la danza nella loro complementarità, ritenute manifestazioni sacre nella civiltà arcaica, rappresentano l’occasione per riflettere e ripercorrere il cammino dell’uomo.
Questa complicità d’intenti si palesa nella personalità artistica di Luciana Gallo: il percorso emotivo che guida il pennello dell’artista non trova ostacoli davanti a tecniche inconsuete. La sperimentazione è insita nel carattere di Luciana; spirito libero e al di fuori delle convenzioni, l’artista si cimenta con tecniche diverse; lo stimolo è una ricerca interiore, ricca e profonda, una ricerca che parte da lontano e che l’artista perfeziona con metodo e rigore.
Con assoluta sincerità. Luciana decide di dipingere ciò che sente; il segno di carattere espressionista crea una situazione che si evolve alla conquista della completezza della figura umana; l’uomo e il suo destino al centro di ogni nostro pensiero.
I nudi femminili, dipinti negli anni ’90, sono tracciati con sicurezza di tratto e costituiscono una lappa nello studio del corpo umano e nella ricerca di un significato spirituale nella vicenda dell’uomo. La scarpa, simbolo del nostro passaggio sulla terra, raccontata con sottile ironia suggerisce una prospettiva sui lavori più recenti, la visione del percorso umano e delle tracce che esso lascia nel suo breve cammino. La materia sollecita lo sguardo a riflettere su queste immagini di pura astrazione che racchiudono una parabola di segni significanti; ricordano paesaggi colti da un satellite, impronte lasciate dall’uomo sulla terra e nello spirito, un dovere e un riconoscimento ai valori di arcaiche civiltà. Due grandi opere in acetato sono legate indissolubilmente l’una all’altra, un percorso onirico traccia nella memoria un segno indelebile. In uno dei due lavori un’immagine di Cristo sofferente appare nella sua pienezza; alcune tracce di colore traspaiono sul retro accennando alcuni tratti di un volto che nella trasparenza dell’immagine ha perso i segni del dolore e ha acquistato serenità. La linea del pensiero accompagna la formazione artistica di Luciana Gallo fin dalle prime esperienze artistiche, maturate negli anni dell’Accademia e ora con maggior vigore e maturità si impreziosisce di una sapiente capacita tecnica e un raffinato gusto dei materiali e del colore.

MIMMO DI MARZIO

La volontà della materia

A dispetto di un imperante concettualismo che tenta di imporre -secondo corsi e ricorsi storici- il dominio di un’intellettualizzazione etica ed estetica dell’arte, il terzo millennio continua a parlare di giovani epigoni della pittura. Una pittura che non soltanto ha saputo sopravvivere alle rivoluzioni mediatiche che tentavano di cannibalìzzarla, ma che ha a sua volta saputo impadronirsi dei nuovi codici visivi, dialogando con essi e in molti casi asservendosene. Luciana Gallo appartiene a quella categoria di artisti che, in un certo senso, hanno scelto la via più difficile ovvero quella di dialogare, anzichè con il “reale”, i suoi codici e le sue mode, con il linguaggio stesso della pura pittura, quella che attinge la propria linfa vitale dal di dentro, ovvero in quel platonico mondo delle idee che rende la tela, oggi come nell’antichità, un territorio alchemico dove tutto può accadere e in cui l’artista è soggetto e al contempo oggetto del messaggio: contenuto e contenitore, protagonista e spettatore. Luciana Gallo ha elaborato un percorso artistico che, da una figurazione tipicamente espressionista e legata alla rapidità del segno grafico, 1 ‘ha condotta ad una decostruzione della forma fino a slittare oltre i confini dell’ astrazione. L’ opera odierna è di fatto interamente incentrata su quest’ultima fase, ovvero su una ricerca informale in cui è la materia con le proprie infinite possibilità a configurare il campo pittorico e a elaborare raffinati percorsi visivi. Nei quadri della Gallo la materia si frammenta all’ interno di giochi prospettici e dà vita a illusioni cosmologiche che sembrano voler annullare i confini tra spazio e tempo. Impasti sabbiosi e cromatismi atmosferici conferiscono un lirismo magico alle composizioni che celebrano concettualmente il trionfo degli elementi primari -terra, aria e fuoco- e sembrano desiderosi di evocare nostalgie di mondi lontani.

È frammenti il titolo delle opere che ricorre più spesso nel lavoro della Gallo e pare posto come condizione, in generale, all’esistere, al creare, al fare. Il foglio stesso è la parte di qualcos’altro, una cellula, come lo è ogni piccola forma che partecipa a comporre l’immagine totale. Poiché l’idea è incorporea, il suo prodotto esige un consistente spessore materico, lavorato modellato, anche sofferto, piegato alla volontà dell’artista che lo vuole rendere nobile, brillante e lo arricchisce con interventi dorati. L’epidermide appare composta da alveoli, che si susseguono in uno scambio continuo di contenuto, come vasi comunicanti, e la sagoma della forma è una clessidra, che travasa da un corpo all’altro il pulviscolo della materia disgregata in un sottile rivolo di energia, scandendo inesorabilmente il trascorrere del tempo.

Un trascorso ulteriormente accentuato nella visione trittica per il mutamento delle immagini, dello spazio, delle forme in evoluzione, costruttiva la parte che si riempie e distruttiva l’altra che si vuota.;ed è il divenire. In simile contesto, dove tutto è atomizzato, persino il tempo subisce l’azione di se stesso e si frammenta, senza impoverire i valori, anzi, aumentandoli. Forza, magnetismo, resistenza, si concretizzano nell’aura circostante alla forma, emettendo una luce fluorescente, vero soggetto dell’opera e reale preoccupazione della composizione. La pittura, termine improprio per queste opere, diventa bassorilievo policromo, vitreo, su cui le mani sapienti hanno imposto una identità, una corporeità derivata dal pensiero, proiettata sull’universalità, scavalcando le investigazioni naturali ed evitando ogni interferenza stilistica estranea all’artista stessa.

GIOVANNA BARBERO

È frammenti il titolo delle opere che ricorre più spesso nel lavoro della Gallo e pare posto come condizione, in generale, all’esistere, al creare, al fare. Il foglio stesso è la parte di qualcos’altro, una cellula, come lo è ogni piccola forma che partecipa a comporre l’immagine totale. Poiché l’idea è incorporea, il suo prodotto esige un consistente spessore materico, lavorato modellato, anche sofferto, piegato alla volontà dell’artista che lo vuole rendere nobile, brillante e lo arricchisce con interventi dorati. L’epidermide appare composta da alveoli, che si susseguono in uno scambio continuo di contenuto, come vasi comunicanti, e la sagoma della forma è una clessidra, che travasa da un corpo all’altro il pulviscolo della materia disgregata in un sottile rivolo di energia, scandendo inesorabilmente il trascorrere del tempo.

Un trascorso ulteriormente accentuato nella visione trittica per il mutamento delle immagini, dello spazio, delle forme in evoluzione, costruttiva la parte che si riempie e distruttiva l’altra che si vuota.;ed è il divenire. In simile contesto, dove tutto è atomizzato, persino il tempo subisce l’azione di se stesso e si frammenta, senza impoverire i valori, anzi, aumentandoli. Forza, magnetismo, resistenza, si concretizzano nell’aura circostante alla forma, emettendo una luce fluorescente, vero soggetto dell’opera e reale preoccupazione della composizione. La pittura, termine improprio per queste opere, diventa bassorilievo policromo, vitreo, su cui le mani sapienti hanno imposto una identità, una corporeità derivata dal pensiero, proiettata sull’universalità, scavalcando le investigazioni naturali ed evitando ogni interferenza stilistica estranea all’artista stessa.

CARLO FRANZA

Il percorso di Luciana Gallo s’avvia sul crinale degli anni ottanta del Novecento, proprio in quel periodo che si configura come reazione violenta al periodo precedente, austero, astratto minimale delle avanguardie. Si inserisce in quel ritorno al decorativo, al grazioso che è anche “pattern painting”, ali’ espressionismo figurativo, al primitivismo, alle referenze decadenti cui s’apparenta I ‘impura transavanguardia.

Disegno e colore diventano il tracciato di una pittura che da una parte si radicalizza, da un ‘ altra si smaterializza. Dal respiro della modernità che è ridotta all’ occorrenza all’ attualità, si diparte l’unica direzione possibile per “spingersi più in là”, rompendo sia con la rappresentazione, sia con ogni elemento di espressione.

La mostra antologica che accoglie i suoi lavori spazia dall’immagine del nudo all’illustrazione, fino ai reperti recenti che sviluppano la parte più vitale del suo discorso artistico, e forse più personale. Qui, nelle sale di Palazzo del Senato a Milano, i suoi lavori sono accostati, per la grande maestria del segno, alle tele di Giuseppe Viola in cui, viceversa, prevale l’espressività del colore.

La Gallo nei lavori più recenti, grandi telari, ha pensato di elaborare grandi campi colorati, un po’ vicini al “color- field painting” di Reinhardt, mantenendo un coefficiente manifestamente fisico e persino sensuale della sua pittura, in cui risalta il ritmo organico, la scioltezza, il nervosismo, l’ attraversatura, in cui risalta il ritmo organico, la scioltezza, il nervosismo, l’ attraversamento deformante di petali e foglie che aprono a nebulose di colore, a una sorta di via lattea in cui il colore di fondo e il sistema leggero delle forme offrono il campo privilegiato della poesia. Così per la Gallo il colore diventa 1 ‘indice della pulsione, della semeiotica in opposizione al simbolico.

Segni e forme modellano la natura, la quale diventa un volto nella grande esplorazione gestuale. L’artista va oltre le mode, sottomette i campi cromatici a un gioco di onde, di raffiche, di incursioni, di coinvolgimenti; insiste sul segno e sul colore con le sue morsure, i suoi shiftings, i suoi impasti legati, le sue esuberanze. Queste forme diventano il suo “problem solver”, una necessità intima, individuale.

Sappiamo che nella tradizione occidentale, il più delle volte il disegno è subordinato alla pittura -arte più nobile -, ma è pur vero che questo la anticipa, la prepara, la abbozza, e ne è in senso teatrale, la quinta. Robert Mortherwell diceva: “È come se minassi un terreno, l’ esplosione avviene dopo”. Ora, l ‘interesse per il disegno di Luciana Gallo svela e fa indovinare il processo di composizione, il ritmo controllato latente, il computo dello spazio, la traccia fugace del tempo prima dell’esplorazione. Talvolta, ed è il nostro caso, il codice-disegno si autonomizza, non è più sub-pittura, o prepittura, bensì uno scarto, un cambio di registro, non più una quinta, ma un’altra scena.

In questo contesto s ‘ apparentano i disegni della pittrice, le illustrazioni, i suoi capricci, i suoi modelli. Più forte è la presenza di tratti, linee e tracce, e meno consistente è l’immagine. Più ciò si sovraccarica, si annerisce, e più la rappresentanza si assottiglia, si consuma. Spesso questi disegni, per lo più quelli che rappresentano i ritratti e i nudi, sono leggeri, fuggitivi, vivono in una sorta di battito vibrato, aspirato. È pur vero che la Gallo autonomizza il disegno, e la sua pittura non è che un puntuale prolungamento dove è il colore che si lascia vedere come schizzo; in lei il confine tra disegno e pittura resta impreciso, graduale una semplice questione di dosaggio, di variabile intensità, o d’orchestrazione, come se la pittura non fosse in rapporto al disegno, che un’ esposizione del timbro. Il disegno appare ricco di segnali sismografici, di pulsazioni irregolari, di scansioni nervate e corporalmente tenute o trattenute da un’incontestabile sensualità.

Molti i ritratti, i nudi in posa, e le scene di costume. I ritratti vivono non solo per se stessi, ma descrivono interni e scene di costume. Ritraggono per lo più donne, segnate o disegnate a grafite, talvolta acquerellate; fanno vivere la figura per intero o per tre quarti, pose che creano un senso di movimento, come se il soggetto si voltasse e avanzasse dallo spazio pittorico a quello reale dello spettatore. Gli interni che si leggono da sfondo ai nudi ritratti, talvolta appaiono con riprodotti oggetti particolareggiati come un panno o una sedia o altro, ma non impediscono ai corpi di risaltare: l’ ambiente esiste in funzione loro e non viceversa.

Forme sinuose, corpi disinvolti, pose non costruite ma libere.

Non mancano una serie di opere che vivono il carattere illustrativo, riecheggiano il mondo della moda, segnano il nostro tempo.

La Gallo ritrae a matita o a china, modelle vestite in modo elegante e raffinato, segno della loro elevata posizione sociale. L’ appartenenza a un ceto agiato può essere ricavato da abiti e calzature – a volte riprese nei loro particolari – elementi che di per se sono una sorta di status symbol. La descrittività illustrativa è estremamente minuziosa, come se l’artista volesse farci entrare anche nel clima delle cose ritratte. La pittrice gioca con la cultura pittorica, la evoca e la convoca con citazioni, tracciati; è come legare il disegno  al segno e far passare una carica poetica nella pittura.

Sarebbe interessante leggere in questo capitolo una sorta di tassonomia dei gesti, laddove la presenza del ritmo corporale è traccia visibile della pulsione. È proprio questo ritmo pulsionale del segno che si rileva nelle immagini figurali che s ‘ apparenta e si sposa con il segno naturale che troviamo in quel tracciato informale del recente lavoro pittorico; questo per significare come non ci sia distonia e soprattutto cesura fra i due momenti presenti nella mostra e indicativi del suo percorso. È il segno il filo conduttore.

C’è una singolarità dei gesti dipinti o disegnati secondo i punti di articolazione, gesto del polso, del gomito, della spalla, dell ‘ intero corpo. Ecco il gesto espressivo, il gesto impressivo, il gesto di un tempo unico, il gesto articolato in tempi differenti, il gesto espansivo, il gesto implosivi, il gesto violento, il gesto trattenuto. Gesto come segno, pagina, visione, traccia. Mi colpisce, in questi disegni, lo sguardo che rimbalza su alteri sguardi, in sguardi percorsi. Sguardo sull’immagine e sul mondo.

Al segno si rapporta il colore, e il richiamo d’infinito che attraversa l’ornamento. Colori simbolici, l’ oro, il bruno, il bianco marezzato, colori di travaso tra l’ oro e l’ argento, come confine tra lusso e lussuria.

Quei nudi sono angeli barocchi, ancheggiano. forme pagane di un Rinascimento che sta per rinnovarsi, propongono una funzione musicale dello spazio. Ora questa pittura che intrattiene rapporti con la figura e con i colori naturali, precisa un gusto, coglie lo spirito del nostro tempo -lo zeitgeist -scopre una nuova modernità e non rifugge l ‘utopia, una sorta di religione che riabilita l’effetto della realtà.

CLIZIA ORLANDO

Il progetto espositivo di Luciana Gallo rivela la sua grande duttilità nell’operare utilizzando diverse forme artistico-espressive. L’artista ha immaginato per lo spazio della Tesoriera una situazione di installazione in cui si abbinano la tridimensionalità della scultura alla bidimensionalità della pittura. Partendo da una concezione strutturale essenziale di rigore geometrico, concepito nell’assemblaggio di forme tubolari, ha esplorato il territorio della “memoria del sacro” in un lavoro pensato per essere collocato all’aperto, dove la natura circostante, nella sua possente fisionomia, ne accresce l’efficacia dell’intervento. La composizione ruota sull’iconografia del volto agonizzante del Cristo. L’effige riveste la superficie dei grandi pannelli nella sua grande postura, ma viene ad essere connotata in un diverso fremito emotivo grazie alle differenti scelte cromatiche, ora pare che l’artista accarezzi nelle sfumature più trasparenti e delicate una mesta e composta partecipazione di sofferenza ora sembra ne urli con sferzate di temperamento cromatico l’infinita sofferenza. L’icona assurge ad emblema dell’incessante dialogo tra materia e spirito, in una sorta di contemplazione contestualizza al contemporaneo in cui affiora il pensiero di una realtà che vacilla alla ricerca di valori etici e religiosi.